Il fenomeno dei baby influencer

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L’influencer marketing è un tassello del mercato che sta continuamente acquisendo nuovi ruoli e funzioni, sia nella proposta che nel target che sceglie di intercettare.

Abbiamo visto, infatti, come queste figure a metà tra VIP e testimonial, tra marketer e top model, riescano a comunicare meglio con i più giovani, secondo uno studio meno interessati ai brand e a diventare follower delle loro pagine social rispetto ai Millennials.

I percorsi sono vari: esistono, infatti, star internazionali che si prestano a pubblicizzare – più o meno velatamente – determinati prodotti o anche perfetti sconosciuti (o quasi) che intraprendono questo tipo di carriera, muovendo i propri passi nel settore finalizzando tutto a questo scopo. Uno scenario che si presenta così frastagliato e complesso nella ricchezza della sua diversità che a volte diventa persino difficile capire se alcuni post siano pubblicitari o meno.

In un panorama così articolato e in continua evoluzione, non riesce difficile immaginare quanto velocemente si sia arrivati anche ad avere degli animali o dei bambini influencer: con la loro tenerezza, spontaneità e pucciosità, direbbe qualcuno, sono in grado di captare l’interesse anche dei più “resistenti”, diventando vere e proprie icone per ragazzi, adulti e giovanissimi. Dei veri e propri cartelloni pubblicitari ambulanti, insomma, pronti a farsi notare durante quella fase di “annoiato scroll down” che capita a chiunque almeno una volta al giorno.

Baby digital life

Impossibile non pensare al piccolo di casa Fedez-Ferragni, diventato famoso sui social di tutto il mondo ancora prima di nascere. Il pancione di Chiara non era nemmeno ancora visibile quando il globo intero già parlava di lui ed oggi, a poco più di un anno dalla sua nascita, il web è stracolmo di video, immagini e “boomerang pic” che lo ritraggono nei momenti più impensabili, dalla nascita al soffio sulla prima, coloratissima e instagrammabilissima candelina, appoggiata su una principesca torta a strati in tema oceano.

Ma sono tante le baby celebrities e non tutte con cognomi famosi: molti genitori aprono canali commerciali ai loro piccoli proprio con l’intento di avviare una carriera di social advertising sin dai primissimi mesi di vita. Ovviamente, non senza polemiche da parte di chi intravede in questa strada solo un nugolo di interessi personali o, in qualche caso, addirittura una prematura (ed inconscia?) “sessualizzazione” dei bambini.

Insomma, ci sono mini star che collezionano milioni di follower e migliaia di like ad ogni foto pur non appartenendo alla stirpe dei Kardashian. Ne sa qualcosa il piccolo Ryan, lo youtuber che a 8 anni fattura già 22 milioni di dollari all’anno recensendo giocattoli; un canale, il suo, aperto per scherzo dalla madre quando aveva solo 3 anni e che è esploso come fenomeno virale internazionale, influendo in maniera impressionante sulle vendite dei giochi presentati: molti di quelli apparsi in video accanto a lui, infatti, sono diventati sold out.

Eppure esisterebbero, in teoria, dei limiti di età per l’utenza dei social network. Come funziona?

Genitori intraprendenti

In molti casi, i profili che collezionano le fotografie di queste piccole star appartengono proprio ai genitori, che li immortalano nel proprio feed prendendo due piccioni con una fava; in altri più personali, invece, viene palesato nella bio, quasi come un disclaimer, che gli account sono gestiti da adulti/familiari, in modo che non vi siano implicazioni né legali né morali (anche se su questo secondo punto se ne potrebbe discutere per giorni).

Studi statistici dimostrano che il mercato della pubblicità digitale per bambini è in crescita esponenziale e che i giovanissimi sono molto più propensi a fidarsi di un influencer conosciuto in rete (lo si era capito già dalla grande quantità di canali YouTube di successo portati avanti da minori). Si tratta, quindi, di una naturale fase di adattamento dell’advertising anche se, naturalmente, non è un passo obbligato e non mancano le critiche da parte di una fetta del pubblico più moralista e vecchio stampo. Come se non accadesse da almeno un secolo, ormai, che i bambini influenzino gli acquisti dei genitori attraverso gli spot pubblicitari passati in Tv!

Il vero nodo della questione riguarda la privacy: avvocati a parte, se un genitore sponsorizza un post che ritrae il figlio, indirizzandosi ad un pubblico adulto, l’esposizione mediatica a milioni di persone in tutto il mondo può, ovviamente, portare anche a dei rischi, tant’è che l’identità (in genere, viene riferito solo il nome) e i dati sensibili (come anche la residenza) vengono mantenuti segreti per evitare problemi. 

Inoltre, è impossibile stabilire se questi bambini siano realmente consenzienti: d’altro canto, in quanto minori, il loro eventuale parere peserebbe fino ad un certo punto; anzi, negli ultimi anni hanno persino cominciato ad accumularsi le cause intentate da quei figli ormai cresciuti e divenuti maggiorenni, contrariati dall’iniziativa presa dai genitori di ritrarli sui social senza consenso!

Insomma, una questione che come pura questione di marketing funziona, ma che è in evoluzione sotto i nostri occhi e presenta infinite sfumature che non vanno assolutamente sottovalutate.

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